domenica 2 maggio 2010

E' calato il sipario sugli sprechi lirici




da: Il Giornale

di Paolo Bracalini

Il Colle emana il decreto che limita le spese delle 13 fondazioni: "bruciano" milioni, spesso in inutili privilegi. Bonus se si recita armati, indennità "per l’umidità" se si canta all’aperto e supplemento per chi suona con il frac. Coro da Milano a Bari: "Sciopero". Bondi: "Scelta irresponsabile"

Un barlume di novità, nella giungla dorata delle fondazioni liriche, e apriti cielo: scioperi in vista, L’oro del Reno boicottato alla Scala, Don Chisciotte disarcionato all’Opera di Roma, Il barbiere di Siviglia ripone le forbici a Torino, e via così, andante con moto. Per i sindacati è un affronto, per altri una riforma attesa da decenni, in un settore immobile come il Walhalla wagneriano. Ma intanto qualcosa si è mosso, col via libera ieri del Quirinale al decreto Bondi che riforma gli enti lirici italiani, i tredici super-teatri che ingoiano 300 milioni di euro statali in un anno e che riescono a spenderne anche di più (parecchi di più) per pagare l’esercito dei 5.700 dipendenti, una media di 438 persone cadauno. Il decreto ministeriale indica le linee guida, ed è già qualcosa visto che l’ultimo riassetto nel mondo del bel canto risale al 1997, e non risolse granché, anzi. Dunque fiato alle trombe, bando ai privilegi, che sono un bel po’. Uno su tutti: i fantasmagorici contratti integrativi che, per l’appunto, integrano le buste paga normali. Con le nuove norme gli orchestrali e i dipendenti dei teatri lirici dovranno rinunciare agli integrativi-monstre, spesso carichi di prebende, e negoziare tutto o quasi nel contratto nazionale, lasciando agli integrativi le cose minime. Invece, fino ad ora, è lì che si annidava il privilegio, spesso al limite del surreale. Ricordiamo qui solo qualche caso particolarmente esilarante (anche se orchestrali, sindacati e affini si risentiranno). Come l’«indennità umidità» per chi suona all’aperto, in altri termini soldi in più per farsi ripagare della scomodità di suonare sotto il cielo, anche se di umido non c’è traccia e la serata è viceversa secca e calda come le notti a Caracalla. All’Arena di Verona invece gli attori dell’Aida non vanno in scena se non gli si assicura «l’indennità armi finte», dacché l’alabarda di cartone e la lancia di gommapiuma potrebbero ferire l’artista. Altri soldi, o non si va in scena, oppure ci si va ma disarmati, come successe per davvero in un’opera verdiana al teatro scaligero. Ma la fantasia sindacale degli addetti nelle fondazioni liriche non ha limiti. Allora ecco l’«indennità frac», un premio per indossare l’abito da pinguino. Oppure «l’indennità di lingua», cioè un bello straordinario ogni volta che un coro deve esercitare l’ugola in un idioma straniero. Qui, al San Carlo di Napoli, hanno avuto la genialata, e l’«indennità di lingua» scatta anche se c’è solo una parola straniera in tutto la partitura. Tutti, invece, hanno «l’apporto capitale», un’altra ghiotta prebenda, in base alla quale il musicista che suoni con il proprio strumento, viene ripagato del fatto di consumare il proprio strumento. Se capita poi di andare all’estero, il conto in banca del professore d’orchestra e degli altri «manovali» della fondazione lievita come il pane di Altamura: anche 150-200 euro al giorno in più oltre alla retribuzione base. Corrispondente, ricordiamolo, a 16 ore settimanali di lavoro per i musicisti delle orchestre. Un lavoro speciale, certo, ma non speciale come quello dei ballerini, che ora saranno «costretti» a ritirarsi a 45 anni, baby pensionati in tutù, rispetto ai 52 di prima. Un regalo? Così sembrerebbe, ma così non è, perché quei sette anni in più di attività costano spropositi ai teatri, che devono parcheggiare l’ex ballerino stipendiato e assumerne un altro.
Il decreto tocca questi punti, nervi scoperti, e infatti le maestranze sono balzate in piedi punte sul vivo. Nel testo emanato da Napolitano (e che diventerà legge oggi) si prevede che gli integrativi potranno essere sottoscritti solo dopo l’approvazione del contratto nazionale, quindi lasciando poco margine alla fantasia contabile, e che poi tutto verrà sottoposto al controllo della Corte dei conti, per vigilare su esborsi eccessivi e possibili sprechi. Un’altra novità, presa malissimo dagli artisti, è che il rapporto di lavoro sarà sostanzialmente esclusivo. In soldoni significa che i musicisti potranno svolgere attività autonoma, fuori dai teatri, solo entro certi tetti e con modalità molto precise, abolendo il regime di libertà pressoché assoluta che fino ad oggi ha permesso ai musicisti di fare un secondo (o terzo, o quarto) lavoro, e spesso di usare il brand del proprio teatro per lavorare in modo autonomo.
Capitolo personale, il più delicato. Il dato di partenza è che i teatri lirici perdono milioni di euro, hanno spesso bilanci pessimi, spesso vengono commissariati e nelle previsioni per il 2010 già si intravede una voragine di 6 milioni di euro. Ma quel che incide è soprattutto il costo dei 5700 dipendenti, che insieme gravano per 340 milioni di euro (nel 2008). Qui il decreto interviene bloccando temporaneamente il turn over e introducendo criteri nuovi per le assunzioni. Poi, ultimo capitolo del carrozzone lirico: le erogazioni dello Stato. Si cerca di introdurre un criterio selettivo sulla qualità, mentre finora l’ammontare dell’«aiuto» veniva stabilito con due parametri: quello storico (i soldi ricevuti nell’ultimo triennio, per cui chi ne ha ricevuti di più ne riceverà di più) e quello dei costi (con la conseguenza pericolosa che chi più spende, in stipendi del personale, più incassa...). I più virtuosi avranno più soldi, e anche più autonomia (altra novità del decreto). Insomma, forse è la volta che nella lirica si cambia musica.

martedì 13 aprile 2010

Maria Callas: "Voi lo sapete, o mamma" - da Cavalleria Rusticana di P.Mascagni. Serafin, Milano, 1953



Maria Callas esegue "Voi lo sapete, o mamma" da "Cavalleria Rusticana" di Pietro Mascagni. Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano, diretti da Tullio Serafin. Registrazione effettuata a Milano tra il 3 e il 4 agosto 1953.

martedì 23 marzo 2010

Mina, una stella come l'eterna Callas?


Da Il Riformista

Sei grande Mina. Una stella come l'eterna Callas
di Rina Gagliardi

MITO. Paragone azzardato? No, entrambe sono due speciali «attrici» per intensità di interpretazione. Non solo Caruso: sono le donne spesso a toccare i vertici dell'eccezionalità canora. E la Mazzini può ripetere la lunga carriera della soprano Olivero.
Si può essere grandi interpreti musicale anche sulla base di una “voce piccola” (come per esempio è oggi il mezzosoprano Cecilia Bartoli). Poi, però, ci sono le voci grandi, anzi le voci eccezionali, caratterizzate da estensione, potenza, ricchezza di armonici, quasi sempre anche da un timbro del tutto, appunto, fuori dal comune. Quante ne nascono in un secolo? Poche, ovviamente. E lasciano dietro di sé tracce mitiche – come è accaduto a Enrico Caruso, con la sua «cavata da violoncello» o al basso russo Fjodor Scjaliapin o al più recente, ma assai meno fondato, Luciano Pavarotti. Ma sono forse soprattutto le voci femminili a toccare i vertici dell’eccezionalità canora.

Tra le cantanti così dette pop, non solo italiane, Mina Anna Mazzini, in arte semplicemente Mina, è una di queste voci elette. Tanto che ha trascorso gli ultimi trentadue anni di carriera essendo, appunto, soltanto una Voce – lontana dai palcoscenici, dalle Tv, dai concerti e affidata interamente alla produzione discografica. Con un successo e un prestigio che continuano a non venir meno, come attesta il profluvio di celebrazioni che si terranno in occasione del suo settantesimo compleanno, il prossimo 25 marzo.
La voce – e il personaggio – di Mina esplosero alla fine degli anni ’50, rivoluzionando a forza di rock l’Italia ancora prigioniera di una tradizione melodica ormai alquanto impigrita. Ma in tempi molto rapidi assurse al ruolo di cantante “assoluta” – “absoluta”, sciolta, da schemi rigidi e limiti di repertorio. Quella voce divenne capace di interpretare tutto, dal jazz alle grandi melodie classiche di ogni Paese – e cantò in effetti nelle lingue più svariate, fino al giapponese. Universale e assoluta com’era stata Maria Callas, il soprano più leggendario del XXesimo secolo – il parallelo è di critici serissimi, come Rodolfo Celletti.

Che cosa accomuna, dunque, Mina e la Callas? Non è solo la straordinaria ricchezza della voce, capace di espandersi, in entrambe, su tre ottave e di raggiungere grandi livelli di virtuosismo. É la tensione interpretativa, quella che Verdi chiamava la «parola scenica», a rendere unico il loro modo di eseguire un brano musicale dotato di un testo – si tratti di un’aria o di un recitativo. o di una più semplice canzone. É l’intensità espressiva del loro canto, capace di illuminare da dentro - con la padronanza tecnica, la variazione anche impercettibile, il fraseggio originale - il senso profondo di quello che stanno cantando. Insomma, sono due speciali, specialissime cantanti-attrici, non, però, nel senso che si dà comunemente a questa espressione (la capacità di muoversi sulla scena e di usare tutto il corpo, qualità per altro che l’una e l’altra possedevano in alto grado), ma in quello vocale e comunicativo: la verità dei sentimenti o delle situazioni che di volta in volta rappresentano - il pathos, il dolore, l’allegria, il conflitto lacerante, la disperazione, la malinconia e mille altre – è sempre interna alla musica, alla parola musicale.

Quando la Callas, nella famosa scena della pazzia della Lucia di Lammermoor, si inoltra nei difficili trilli della cadenza, fino ad allora eseguiti, anche impeccabilmente, come un supremo esercizio di abilità, riesce di colpo a restituire il colore tragico e l’aura irreale, delirante, che quei gorgheggi devono esprimere – come si confà a una giovane donna che ha smarrito la ragione e ha appena commesso un delitto. Quando Mina interpreta una canzone che ha fatto storia, Se telefonando (l’unico pezzo leggero scritto da Ennio Morricone), la affronta proprio come un piccolo melodramma concentrato (la fine di un amore «cresciuto troppo in fretta») – dal pianissimo dolce, quasi vellutato, dell’attacco sale via via al forte del finale, assecondando in toto, con il pieno dispiegamento della voce, il carattere inesorabilmente ascendente del brano. Due esempi, tra i tanti che si potrebbero fare, per capire che cosa rende uniche, ciascuna a suo modo, ciascuna nel suo ambito, due cantatrici per tanti versi imparagonabili.

Ma c’è un altro parallelo a cui ci chiama il calendario. Gli astri hanno fatto nascere, il 25 marzo del lontano 1910, un’altra gloria dell’Italia canora: Magda Olivero, uno dei massimi soprani lirici del ‘900. La quale si accinge quindi a compiere i suoi primi 100 anni, e in condizioni di relativa freschezza vocale: l’anno scorso, quando di anni ne aveva appena 99, la Olivero ha stupefatto il pubblico intonando un’aria («Paolo datemi pace») tratta dalla Francesca da Rimini di Zandonai.

Quando aveva soltanto 83 anni, e si era ritirata da tempo dalle scene, incise una selezione dell’Adriana Lecouvreur, una delle opere che erano state sue per molti anni. Insomma, una longevità vocale a dir poco stupefacente. Quanto alla vocalità, pur essendo in possesso di una tecnica molto solida nonché di un perfetto controllo del fiato, la Olivero privilegiò il repertorio novecentesco – Puccini, Cilea, appunto, Mascagni, Catalani, insomma gli autori della così detta giovane scuola. In scena, da lei emanava una forza drammatica eccezionale, una sorta di impeto febbrile che emozionava anche le pietre – tanto che fu, a torto, accusata di verismo, lei che, tra le poche incisioni discografiche realizzate in gioventù, dopo il debutto del ’33, ci ha lasciato la più perfetta e virtuosistica interpretazione di Sempre libera, l’aria-simbolo della Traviata.

Ha senso un parallelo artistico tra Mina e Magda Olivero? Forse no, forse sono davvero due voci molto diverse – un altro critico eccellente ha scritto che, se Mina si fosse dedicata all’opera, sarebbe stata un soprano rossiniano, un «soprano drammatico di agilità» come fu in effetti la Callas e com’era stata, nell’Ottocento, la grandissima Maria Malibran (un’altra nata di marzo, guarda un po’, e per la precisione il 24 marzo 1808). In ogni caso, nemmeno un paio di anni fa, Mina l’ha affrontato il Puccini tanto caro alla Olivero – con una cifra stilistica, però, leggera, soft, sognante, lontanissima (non solo per ragioni vocali ma psicologiche) da ogni eccesso passionale. Il vero tratto comune, a ben pensarci, è la durata della carriera e la prolungata freschezza vocale: Mina Mazzini può ben pensare di avere di fronte a sé nientemeno che un altro trentennio di musica e canzoni. Per la gioia di un altro paio di generazioni di fans e melomani.
[Rina Gagliardi / Il Riformista]

domenica 14 marzo 2010

Maria Callas e "Il Musichiere" (la rivista)

Il 22 gennaio 1959 fu pubblicato il n. 3 de "Il Musichiere", rivista del gruppo Arnoldo Mondadori Editore che uscì negli anni '50 a complemento dell'omonima trasmissione TV.


La copertina fu dedicata a Maria Callas, così come l'articolo a firma Aldo Corsi, che segue dopo la foto:






Da: "Il Musichiere" n.3 del 22.01.1959
A firma Aldo Corsi

Una sera del giugno del 1956 Vienna era in festa. Si riapriva, dopo tanti anni, risorto dalle rovine della guerra, il sontuoso teatro dell'opera. Ospite la Scala, si dava la Lucia di Lammermoor: e la parte della stupenda, dolce, perduta eroina belliniana era affidata a Maria Meneghini Callas. Alla fine quando il soprano terminò la famosa scena della pazzia, quando le ultime note della sua voce lunare morirono sulle labbra della più raffinata Lucia che l'esigentissimo pubblico viennese avesse mai udito, gli applausi durarono venticinque minuti. Fuori, la folla travolse ogni sbarramento, bloccò le uscite del teatro per vedere ancora, per toccare la sua beniamina.
Due ore dopo la Callas, sfuggita all'assedio, andò a cena in un localino dietro la St. Stephen Platz, dove a nessuno sarebbe venuto in mente di cercarla. Era felice, i suoi trionfi non avevano mai toccato un vertice simile, l'orchestrina del locale accennava in sordina i motivi di moda, ma in un intervallo uno degli accompagnatori della cantante accennò scherzosamente il motivo napoletano che ha per titolo il suo nome: « Oi Marì, oi Marì ». Una giovane donna lo riprese. Inattesamente, la Callas si unì. Tutti fecero coro.
Poi la voce della Callas sovrastò le altre, che tacquero per uno spontaneo omaggio. La serata proseguì festosa, italiani e viennesi intonarono insieme altri motivi, altre melodie di casa nostra. La Callas si unì ancora, ma si fermò presto per non intimidire chi le stava vicino; e continuò ad ascoltare commossa. Forse l'episodio è unico per lei, non perché non si interessi alle canzoni, perché non le piacciano; ma perché è raro sentirla cantare fuori scena e meno che mai in pubblico.
E' fatta cosi; l'accenno a un motivo, a una frase musicale, quel modo che abbiamo un po' tutti di incominciare, fermarci, riprendere una canzone a strappi, che è segno di distensione e buon umore, non entra nel suo temperamento. Quando si riposa, quando è allegra, e questo succede tutte le volte che riesce a sfuggire alla sua celebrità, ad essere semplicemente la signora Meneghini, col suo Titta, che è il marito, e con i vecchi amici, che sono i più fidati, si diverte con una freschezza, a volte con una ingenuità incredibile, per chi ha sentito tante storie di polemiche e di battaglie. Gioca e racconta storielle. La tigre si mette il grembiule della brava massaia; ma il canticchiare non è compreso nel programma. Eppure, non le sfugge nulla di ciò che è musica.
Una canzoncina alla radio, un motivetto colto a volo per la strada, tutto è subito afferrato e, se una canzone le sembra bella, l'ammira senza riserve; se vi trova anche una briciola di ispirazione sincera, non la dimentica più ; ma non capita di sentirgliela sulle labbra all'improvviso, nei tanti momenti della giornata, così come è impossibile sentir accennare da lei frasi di romanze, attacchi di arie, alla maniera di tanti divi della lirica, che si sentono sempre al piano nobile.
La spiegazione non è complicata. Per la Callas o si canta davvero o non si canta. Perciò anche in casa, dicono gli intimi, non ha l'abitudine di canticchiare, né un genere né l'altro. (Non parliamo dei periodi in cui prepara un'opera nuova; allora tutto il resto scompare. La cantante tira giù la saracinesca, e addio.) Non sappiamo se resiste alla tentazione di attaccare "O sole mio" o "Volare" perfino quando fa il bagno, che è il momento in cui anche le persone più rigide si lasciano andare: questo lo sa soltanto lei, e forse la sua cameriera personale. Ma insomma è così. Il che non le impedisce di intendersi di canzoni, del modo di eseguirle, e di tante altre cose, con una sicurezza sorprendente.
Più di una volta la Callas ha fatto parte di giurie, ha partecipato a festival di canzoni come ospite d'onore, e l'ha fatto sempre portando una nota personalissima, con entusiasmo sincero. Per esempio fece parte della giuria al primo Festival della Canzone milanese, organizzato dalla Famiglia Meneghina; fu lei che scelse la vincitrice. Min Milan, un delicato motivo di Giorgio Fabor. su versi di Attilio Carosso. Per il Natale del 1957 intervenne come vivacissima ospite d'onore al Festival della Canzone organizzato al Palazzo dello Sport di Milano, e consegnò le Guglie d'oro agli astri della musica leggera.
Quella volta si lasciò andare a dichiarazioni molto ammirative. Chi le stava intorno la vide sinceramente incantata da "Lazzarella", cantata da Aurelio Fierro, " 'Na sera 'e maggio", cantata da Giacomo Rondinella, "Serenatella sciuè sciuè", cantata dalla coppia Carla Boni e Gino Latilla, "Io, mammeta e tu", cantata dallo stesso Modugno che ne è l'autore. "High noon", eseguita da Cigliano, e tante altre. Faceva un bel freddo, quella sera. Il Palazzo dello Sport era avvolto da un pesante nebbione, ma all'interno la Callas assieme agli altri ottomila spettatori non si stancava di ascoltare. Vi rimase fino a che l'eco dell'ultima canzone non si fu spenta sotto le enormi volte.
A Ischia, nelle sue diverse soste estive, le piace sentire le canzoni modulate da Calise. A questo proposito i maligni mormorano che preferisca il Modugno autore al Modugno cantante. È però impossibile farglielo ammettere. In ogni caso. Maria non giudica a compartimenti stagni. La musica, quando è musica, le piace tutta. Pochi mesi fa venne in tournée in Italia Harry Belafonte: al debutto milanese la Callas era in prima fila, in platea, ad ascoltare. Era attirata dal programma che toccava un campo poco conosciuto della musica americana, il folclore negro che Belafonte ha saputo scoprire e resuscitare fermandosi alle origini del jazz. Rimase impressionata anche dall'esecuzione, cosi diversa da quelle solite. Disse che Belafonte era un grande artista, un uomo dalla personalità eccezionale.
Aldo Corsi


N.B.: Il testo contiene varie inesattezze, ma è stato riportato come cronaca del "tempo che fu", destinata ad un pubblico poco esperto.

giovedì 18 febbraio 2010

Maria Callas: "Ebben? Ne andrò lontana?" La Wally di A.Catalani, Philharmonia Orchestra dir. T.Serafin, Londra 1954



Maria Callas esegue "Ebben? Ne andrò lontana?" da "La Wally" di Alfredo Catalani. Tullio Serafin dirige la Philharmonia Orchestra. Registrazione in studio effettuata tra il 15 e il 21 settembre 1954 a Londra.

domenica 24 gennaio 2010

Maria Callas, la Voce degli angeli



Piccolo estratto da "Son giunta!", "La forza del destino" di Giuseppe Verdi. Ascoltate, e gioite!

mercoledì 6 gennaio 2010

Franco Battiato e Maria Callas

Anche se sono passati molti anni dalla pubblicazione ho scoperto solo di recente che Franco Battiato ha dedicato una canzone a Maria Callas. Essa si chiama "Casta Diva" ed è stata inserita nel CD "Gommalacca" del 1998.



Il testo, tratto dal suo sito ufficiale, rispecchia chiaramente la vita della Callas, è questo:

**
Greca, nascesti a New York,
e lì passasti la tua infanzia con genitori e niente di speciale.
Fu un giorno che tua madre stanca dell'America e di suo marito,
prese i bagagli e le vostre mani,
vi riportò indietro
nella terra degli Dei.

Eri una ragazzina assai robusta.
Non sapevi ancora di essere divina...
ci hai spezzato per sempre il cuore.

Ti strinse forte il successo
ballò fino a sera con te
la musica non ti scorderà mai.
Viaggiasti e il mondo stringesti.
Ti accoglievano navi, aerei e treni,
invidie, gelosie e devozione.

Un vile ti rubò serenità e talento.
Un vile ti rubò serenità. Un vile ti rubò.

Divinità dalla suprema voce
la tua temporalità mi é entrata nelle ossa.

**

Discografia Franco Battiato

Da quanto se ne sa, Battiato nel 1998 avrebbe voluto utilizzare la voce della Callas quale sottofondo della canzone, ma gli eredi, o la EMI, non si è capito bene, lo hanno impedito per una questione di diritti d'autore.
Ecco l'intervista in cui FB accenna a questo particolare:

Intervista Battiato

domenica 6 dicembre 2009

Maria Callas: "A vos jeux" da Hamlet di Thomas. Philharmonia Orchestra, N. Rescigno. 1958, Londra

Maria Callas esegue "A vos jeux" da "Hamlet" di Charles Louis Ambroise Thomas. Nicola Rescigno dirige la Philharmonia Orchestra. Registrazione in studio effettuata tra il 19 e l 24 settembre 1958 a Londra.

mercoledì 21 ottobre 2009

Maria Callas "Oh! s'io potessi dissipare le nubi"-1 Pirata, Bellini, Rescigno. Amburgo 15.05.59

1a parte. Maria Callas esegue "Oh! s'io potessi dissipare le nubi" da "Il Pirata" di Vincenzo Bellini. Nicola Rescigno dirige la Symphonieorchester des NDR. Registrazione live effettuata alla Musikhalle di Amburgo il 15.05.1959.

mercoledì 16 settembre 2009

16.09.1977 - 16.09.2009

Oggi 32 anni da quel 16 settembre 1977, quando Maria Callas entrò nell'Immortalità.

mercoledì 22 luglio 2009

I soldi in scena: sprechi, privilegi e flop: così la Casta dello show «divora» i fondi




Da un articolo a firma Paolo Bracalini apparso a pagina 35 de Il Giornale, il giorno 21/07/2009:

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Paolo Bracalini

L’integrativo per il porto d’armi finte nell’Aida? Ma sì, c’è anche quello. Se lo ricorda bene il sovrintendente dell’Arena di Verona che quella sera, prima della «prima», si vide schierato davanti un picchetto di comparse travestite da guardie di Radamès, ma con le braccia incrociate: «Non andiamo sul palco se non ci firmi l’integrativo per l’uso di armi di scena». Il manager non mollò e l’opera verdiana si fece coi soldati del Faraone a mani nude. Antico Egitto o Roma 2009, la musica è sempre quella: il Fus! Il Fus! ovvero, più soldi a teatri pubblici, film d’autore, fondazioni liriche. Richiesta sacrosanta cui però va aggiunta una postilla, quella dei grandi flop, dei “capolavori” finanziati col denaro pubblico ma disertati dal pubblico, della voragine nei bilanci di molte fondazioni liriche col loro esercito di 6mila dipendenti, del nulla di certi cartelloni di prosa mantenuti a suon di euro statali. La legge per fortuna è diventata più selettiva nel tempo, quella sul finanziamento del cinema per esempio ha subito una torsione nel 2006 (riforma Urbani), anno di vacche magre per certi furbetti del quartierino cinematografico. Prima di allora, era la cuccagna in formato grande schermo, grazie alla radiosa idea del ministro-cinefilo Veltroni: coprire fino al 100% della produzione di film d’autore. Succedeva allora che società di produzione nascessero e fallissero così, nel giro di due anni, giusto il tempo di girare un film, incassare il finanziamento e dichiarare bancarotta per non doverlo più restituire. Il cinema assistito, poi, non è sempre memorabile. Alzi la mano chi ricorda Prime luci dell’alba di Lucio Gaudino (1.250.000 euro di finanziamento pubblico, 12mila euro di incasso), o La rumbera di Piero Vivarelli (1.289.000 euro di fondi statali e 8.400 euro di biglietti venduti), oppure Laporta delle sette stelle di Pasquale Pozzessere (3 milioni di euro), la cui recensione sul dizionario dei film Morandini si conclude lapidariamente così: «Distribuito senza esito nell'estate 2005». Certo, succede anche che i film sovvenzionati vadano bene, ma succede molto più spesso che vadano male o che nemmeno arrivino nelle sale.«Cancellare interamente il finanziamento pubblico e investire tutto su potenti defiscalizzazioni, come fanno in America e Giappone, dove gli artisti sono pagati dieci volte tanto da sponsor privati che deducono queste spese dalle tasse» ha proposto ai microfoni di Radiotre il direttore dello Spettacolo dal Vivo (il capo di gabinetto del ministro dei Beni culturali) Salvatore Nastasi. Ma nel pentolone del famigerato Fus, la torta di finanziamenti pubblici, la quota maggiore non è affatto quella per il cinema (circa 70 milioni di euro nel 2009), perché sono le Fondazioni liriche a succhiare la quota più grossa di soldi: 180 milioni per l’anno in corso. Tanti? Pochi? Mah. Certamente spesso male utilizzati. Innanzitutto il numero di Fondazioni liriche, ben14, troppe a detta di molti - e non sempre all’altezza. Poi lo smisurato numero di dipendenti delle stesse, circa 6mila, in media 461 a testa. Una folla di lavoratori che assorbe il 70% delle risorse. Il principale problema del sistema è che le risorse vengono elargite non in base alla bravura (a chi fa spettacoli migliori), ma in base ad astrusi calcoli che in gran parte si riferiscono al pregresso. Sembra una barzelletta ma è così: più soldi hai preso in passato, più ne prenderai. Poi i teatri stabili (quelli statali) si aiutano tra loro a raggiungere i parametri che garantiscono la sovvenzione, ospitandosi a vicenda: tu mi prendi il mio spettacolo, io il tuo. Spesso con cachet e compensi monstre. Al Teatro Stabile di Torino stava per andare in scena uno spettacolo di Peter Stein, 12 ore di recita, 900mila euro di spesa(pubblica). Poi il direttore del teatro ha bloccato tutto. Ma non perché fossero troppi i 900mila euro, no, perché il grande regista aveva fatto lievitare i costi di altri 210mila euro. Oops...Alla fine è costato molto meno, 400mila euro. Sì, ma non è mai andato in scena…
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martedì 16 giugno 2009

Mina parla della Callas!

Non avevo mai sentito questa puntata radiofonica in cui Mina parla di Maria Callas!
Tremendamente emozionante per chi, come me, ama entrambe, accorgersi, sul fine della puntata di quanta ammirazione e stima la cantante cremonese nutra ancora per la Divina.
Un applauso scrosciante e a scena aperta per entrambe, lo mertate! :-)



domenica 14 giugno 2009

Maria Callas: "Mercé dilette amiche", Verdi "I Vespri Siciliani", E.Kleiber, Firenze 1951

Maria Callas esegue "Mercé, dilette amiche" da "I Vespri Siciliani" di Giuseppe Verdi. Erich Kleiber dirige l'Orchestra e il Coro del Maggio Musicale Fiorentino. Registrazione live effettuata il 26.05.1951 a Firenze.

venerdì 12 giugno 2009

Maria Callas: "In alto mare e battuto dai venti... Deh! tu calma" Verdi Vespri E.Kleiber 1951

Maria Callas esegue "In alto mare e battuto dai venti... Deh! tu calma" da "I Vespri Siciliani" di Giuseppe Verdi. Con Mafalda Masini, Gino Sarri, Lido Pettini ed Enzo Mascherini. Erich Kleiber dirige l'Orchestra e il Coro del Maggio Musicale Fiorentino. Registrazione live effettuata il 26.05.1951 a Firenze.

lunedì 4 maggio 2009

Maria Callas: "Contro un cor che accende amore" Rossini, Barbiere Siviglia, 1957 Londra

Maria Callas esegue "Contro un cor che accende amor" da Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini. Al duetto partecipa Luigi Alva. Alceo Galliera dirige la Philharmonia Orchestra e Chorus. Registrazione effettuata nel settembre 1957 alla Kingsway Hall di Londra.

domenica 3 maggio 2009

Maria Callas: "Dunque io son!" Barbiere di Siviglia, Rossini, con Tito Gobbi, Londra 1957, Galliera

Maria Callas esegue " Dunque io son!" da Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini. Al duetto partecipa Tito Gobbi. Alceo Galliera dirige la Philharmonia Orchestra e Chorus. Registrazione effettuata nel settembre 1957 alla Kingsway Hall di Londra.

mercoledì 29 aprile 2009

Italia degli sprechi: Opera mangiasoldi





Esercitando il diritto di cronaca, inserisco sul mio blog l'articolo apparso sul quotidiano Il Giornale il giorno 28 aprile 2009, che denuncia lo stato comatoso in cui giacciono i teatri e gli enti lirici in Italia.

L'Opera degli sprechi

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Ecco la casta dei teatri lirici traviati da sprechi e privilegi
di Paolo Bracalini

Inchiesta sulle 13 fondazioni finanziate ogni anno dallo Stato. I 300 milioni pubblici? "Sfamano" l’esercito dei 6mila dipendenti. I ballerini in Italia vanno in pensione a 52 anni, nel resto d'Europa a 45

Vi immaginate un duetto tra un ballerino 52enne e una étoile di 47 anni? Sembra uno scherzo, eppure potrebbe capitare di vederli volteggiare per davvero in un teatro, ma solo in Italia. Perché da noi, grazie a contratti blindati dai sindacati, chi è dipendente di un teatro lirico può godere di privilegi anacronistici, contratti integrativi e trattamenti pensionistici invidiabili. In Francia, per dire, i ballerini vanno in pensione a 42 anni, non a 52, età forse non ideale per svolazzare su un palcoscenico. Il ministero vorrebbe portare l’età pensionabile a 45, i sindacati resistono. Ma la proposta-provocazione di Alessandro Baricco (destinare i fondi della lirica a scuola e tv) ha smosso le acque stagnanti dello statalismo musicale e ha segnato (forse) una svolta nella coscienza del settore.

Eppure i tutù sono soltanto la punta di un iceberg, una romantica avanguardia nell’esercito dei 6mila dipendenti dei teatri lirici italiani. Seimila lavoratori spalmati su 13 fondazioni, in media 461 dipendenti (a tempo indeterminato) a testa, con il picco della Scala di Milano (808 dipendenti) e dell’Opera di Roma, un transatlantico con 633 marinai tra dirigenti, amministrativi, artisti e tecnici. La metafora nautica può funzionare se si guardano i bilanci (roba da Titanic), ma se invece ci si concentra sugli organici monstre fa più comodo l’analogia con un’altra esperienza (fallimentare) di gestione pubblica. Insomma, benvenuti a bordo dell’Alitalia del bel canto. Un sistema che va avanti a fatica, che abbonda, anzi esonda di personale, tanto da spendere gran parte del finanziamento statale soltanto in buste paga, lasciando l’esiguo resto alla povera musica.

Briciole, se si pensa che in media il personale assorbe il 70% della spesa, e che quindi solo il 30% spetta alla produzione. Certo il finanziamento pubblico in Italia non si avvicina minimamente ai livelli della Francia, dove la cultura (lirica, prosa, cinema) è amministrata e sovvenzionata a piene mani dallo Stato. Ma è altrettanto lontana dal sistema anglosassone, dove vige un sistema di tax sheltering, cioè la defiscalizzazione della cultura che gode di un regime privilegiato, ma in compenso non incassa quattrini (nessuno negli Usa, pochi in Inghilterra) dallo Stato. L’Italia si colloca a metà strada tra i due modelli, come spiegò Walter Veltroni quando battezzò la famosa legge del 1996 che «privatizzava» (per modo di dire) il settore, trasformando gli ex teatri lirici (ovvero ex carrozzoni comunali) in fondazioni private. Ma i privati, scoraggiati da buchi di bilancio profondi come canyon, se ne sono tenuti a debita distanza, e tranne qualche eccezione virtuosa (la Scala di Milano su tutte), si limitano a scarne sponsorizzazioni.

Il risultato è inquietante, soprattutto se si pensa che la lirica è uno dei grandi «marchi» della cultura italiana e che il nostro melodramma (Puccini, Verdi, Rossini) è tra gli appuntamenti più appealing di tutti i cartelloni mondiali, da New York a Tokyo a Berlino. Eppure. Conti in rosso quasi ovunque, 300 milioni di debito accumulati negli anni e mai smaltiti, 3 teatri su 13 commissariati (Roma, Napoli, Genova, quest’ultimo ha rischiato anche il fallimento), due altri salvati per miracolo dal commissariamento (Verona e Bologna), un altro ancora appena uscito dalla stessa emergenza (Firenze). Situazione da collasso, come se la lirica fosse abbandonata a se stessa. Ma non è così, lo Stato sorregge la «musa bizzarra e altera» (come la definì il musicologo Herbert Lindenberger), anche se la coperta dei soldi pubblici diventa sempre più corta. Le fondazioni liriche sono le più assistite: da sole assorbono quasi la metà del Fus, il fondo statale per lo spettacolo. E i soldi non sono così pochi, nel 2008 i contributi totali assegnati dal ministero sono stati di 269 milioni di euro (compresi i 5 per il Petruzzelli di Bari, non ancora attivo), cui vanno aggiunti gli aiuti degli enti locali, che nel 2007 sono stati di altri 110milioni di euro da Regioni, Province, Comuni. Insieme fanno 380 milioni di euro.

Ecco, ma questo dato va confrontato con un altro, quello delle spese per il personale, la voce più alta tra le uscite nei bilanci. Ebbene, nel 2007 il costo del personale (dati del Ministero), è stato di oltre 343 milioni di euro, più dell’intero ammontare del contributo ministeriale. Poi certo ci sono gli incassi dai biglietti, circa 100 milioni di euro il dato per il 2008 (fonte Siae), ma sempre pochi per far fronte alle enormi spese fisse, e in flessione dell’11,5% rispetto al 2007. I cachet degli artisti ospiti (registi, cantanti, musicisti) alla fine non sono quelli che incidono di più. Il costo medio a recita (cachet più allestimenti) varia dai 109mila euro dell’Arena di Verona ai 50mila euro del Comunale di Bologna. I vip del bel canto, spesso capri espiatori dei costi faraonici dei teatri lirici, più volte si sono lamentati del cliché che li vorrebbe costose primedonne ma che invece occulterebbe le reali fonti dello sconquasso finanziario. «È vero, spesso un allestimento costa più di quanto sarebbe ragionevole, ma bisogna vedere quanto finisce nelle nostre tasche e quanto in quelle degli agenti. I veri padroni del teatro sono loro» ha spiegato una volta il grande baritono Renato Bruson. Va detto che, pur avendo numerosi dirigenti, sovrintendenti e consiglieri di amministrazione, pagati per decidere le stagioni e costruire i cartelloni, spesso i teatri si affidano a intermediari (appunto gli agenti teatrali, pochi e ben ammanicati) per ingaggiare compagnie e artisti, facendo così inevitabilmente lievitare i costi dello spettacolo.

Anche nel caso dei lirici, come per quelli di prosa, il sistema di finanziamento pubblico è quasi del tutto slegata da logiche meritocratiche. C’è una valutazione sulla qualità della produzione, ma incide solo su una piccola parte dell’erogazione, mentre il grosso viene stabilito solo a partire da criteri quantitativi: il parametro storico (quanti soldi ha ricevuto nell’ultimo triennio, per cui chi ne ha ricevuti di più ne riceverà di più) e quello dei costi (con la conseguenza pericolosa che chi più spende, in stipendi del personale, più incassa...).

C’è un retaggio storico delle fondazioni liriche che ancora pesa. «Nascono da enti su base comunale dove si poteva assumere a tempo indeterminato, mentre altrove si dovevano fare concorsi. Così si convogliavano verso questi enti persone che si volevano collocare anche solo per ragioni di contiguità partitica» spiega l’economista Giuseppe Pennisi in un dossier sulla lirica pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni. Il cosiddetto overstaffing, cioè l’altissimo numero del personale nei 13 teatri lirici, non è molto cambiato dopo il 1996. Il tutto a fronte di una produttività non certo frenetica. Nel 2007 la Scala ha fatto 107 recite d’opera, Napoli 51, Genova, 56, Bologna 59... Allo Staatsoper di Vienna invece si canta praticamente ogni sera, 356 volte l’anno, all’Opera di Parigi 360. Da noi poche recite, finanziate dallo Stato ma almeno a buon mercato? Nemmeno quello. Come ha notato l’economista Roberto Perotti, al Metropolitan di New York (che non ha aiuti pubblici) una serata costa meno che alla Scala.
Si aggiungano i molti privilegi dei dipendenti, come quelli degli orchestrali per esempio. Si è scritto che la loro settimana lavorativa è fatta di giornate da 5 ore (e oltre 14 mensilità), quanto basta per garantirsi serenamente un secondo o terzo lavoro fuori dal golfo mistico. Anzi, è la stessa legge istitutiva delle fondazioni che «legittima» il secondo lavoro. Si chiamano «corpi artistici separati», in pratica vuol dire che l’orchestra di un teatro può suonare (e farsi pagare) altrove senza che il teatro (che pure gli paga lo stipendio) possa eccepire nulla. Dicevamo degli integrativi, contratti paralleli che regolano premi per le trasferte, bonus per le dirette radio e tv, vari altri incentivi che insieme permettono ai dipendenti dell’«Alitalia del bel canto» di portarsi a casa fino al 40% in più dello stipendio. Casta sì, ma poco diva. [Paolo Bracalini, Il Giornale 28.04.2009]
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domenica 26 aprile 2009

Richter e la Callas




Tempo fa ho visto la registrazione dello speciale che "Palcoscenico" dedicò a Maria Callas nel trentennale dalla morte.
Ebbene, a differenza di altre trasmissioni concomitanti, mi sono emozionato; insomma mi è piaciuto tantissimo!

Il percorso artistico della Callas è sembrato bene impostato, soprattutto perché puntellato da registrazioni originali, tratte da interviste d'epoca, in cui la stessa cantante tracciava il suo "verbo" tecnico ed interpretativo.

Interessantissima la parte in cui la Callas si scaglia contro chi parla dei soprani differenziando la loro voce in "lirico", "d'agilità", e "drammatico".
Secondo la Divina, un soprano che sa cantare deve poter fare tutto, esattamente come accadeva ai tempi in cui gli autori del melodramma italiano creavano le loro opere. Colei che non è capace di fare tutto, dovrebbe essere relegata a particine secondarie perché non merita di essere definita "cantante completa".

Beh, è ciò che ho sempre pensato, e sentirlo dire direttamente alla Callas mi ha confortato molto, mettendomi al riparo da tutti i vituperi che mi sono dovuto beccare dai cosiddetti "fan" di talune "cantanti", che impazzano in lungo ed in largo, per fare le pulci alla Somma Arte dell'Eterna Maria...

Mi sono particolarmente emozionato nell'ascoltare la lettura del contenuto di una missiva appassionata, e colma di amore, che lei stessa indirizzò all'uomo che la fece innamorare. E' di una dolcezza infinita, e presenta, a tratti, l'aspetto sinistro della tragedia finale.

Bruno Tosi ha mostrato alcuni cimeli che la riguardavano, alcuni di acquisizione recente, e anche lì l'emozione è andata alle stelle.

Interessante il racconto di Luchino Visconti sul loro primo incontro e della folgorazione che subì al primo ascolto di quella Voce, con Serafin al piano, e la Callas ad interpretare un brano dalla Traviata...

Toccante anche il racconto dell'amicizia che la legò a Pasolini, e la lettura di alcune frasi a lui indirizzate (scritte "dal cielo, sopra un tappeto di nuvole"), che sono di una poesia struggente ed infinita.

Consiglio a chi non ha visto la trasmissione di aprire spesso http://www.palcoscenico.rai.it. Si spera possa trovarsi il "podcast".

Durante la trasmissione radiofonica di "Segni particolari: Divina! - Omaggio a Maria Callas" del 7 ottobre 2007, è stato citato il seguente brano, tratto dai diari del grande pianista russo Sviatoslav Richter, scomparso ormai da 10 anni e che ebbi modo di ascoltare al Teatro Piccolo della riscoperta ed antica Pompei:

«Abbiamo ascoltato queste registrazioni prodigiose, le parole sono troppo fragili per tentare di descrivere l’impressione prodotta dall’incomparabile arte canora della Callas. Non si può dire che una cosa: che tutto ciò confina col miracolo e che in lei tutto risulta inatteso. Non mi aspettavo da lei per esempio una simile Gilda. Certuni affermano che sia quella la sua parte di elezione. Ormai grazie alla tecnica è possibile ascoltare questa diva assolutamente unica rilassandosi in una poltrona e sorseggiando un whisky. E’ una cosa piuttosto bizzarra.»

Mi ha colpito la frase "in lei tutto risulta inatteso" come se prima della Callas da un soprano si aspettasse sempre "il solito"...

Assolutamente Callas!




Vorrei anch'io pensarla così, ma l'unicità della Callas secondo me trascende qualsiasi ragionamento logico e deduttivo sulla forzosa evoluzione dovuta al tempo trascorso.
Insomma: un "classico" resta "classico" per l'eternità, anche se ci sarà sempre qualcosa di diverso, che non necessariamente potrà essere definito "migliore".

Ieri finalmente ho avuto modo di vedere il film di Philippe Kohly "Callas Assoluta".
Che dire?
Orientato specificamente verso il mercato angloamericano (non c'è una sola intervista rilasciata in italiano), il film ruota attorno ai luoghi comuni (scandalo di Roma, Onassis, il gossip, e il glamour della Diva), unendoli a rari momenti di emozione.
La sua ultima intervista radiofonica straccia l'anima. Ascoltare dalla sua viva voce di sentirsi "inutile" è sconvolgente!
Ho apprezzato molto anche poterla ascoltare in greco, da un frammento d'intervista rilasciata nel suo Paese.
La sceneggiatura del film è la storia più o meno romanzata della sua vita, abilmente ricostruita su immagini di repertorio dell'epoca, che non necessariamente contemplavano la sua presenza.
E' un gossip pseudo-storico che non indugia sulle interviste a colleghi e "amici", ma si rifa piuttosto alla leggenda, al sentito dire, alla fantasia. Ribadire in ogni momento che, o lei, o la mamma, o la sorella erano diventate "amanti" di qualcuno, mi ha un po' disgustato.
Lo trovo il tipico approccio apprezzato dalla massaia americana (ma ormai si può dire di qualsiasi parte del mondo occidentale) che vuole vedere la soap opera "Beautiful" trasposta in qualsiasi aspetto - vuoi passato, vuoi presente - della vita quotidiana di una donna di successo.
Per talune immagini ed interviste darei un 10 e lode, per tutto il resto un 4.
La media è un 6 striminzito che viene dato più perché si parla di Lei, che non per il lavoro fatto.

La voce "brutta"



Anche se virgolettato, io sfaterei la favola della voce "brutta" di Maria Callas che taluni detrattori ad oltranza addebitano alla Divina prendendo a riferimento alcune presunte "sgradevolezze" presenti nelle interpretazioni degli ultimi anni della sua carriera artistica.

Inviterei gli amanti delle "voci angeliche" ad ascoltare con attenzione il primo periodo della cantante. Siamo a livelli sovraumani di perfezione e di capacità tecniche, con una voce che è, e resta, bellissima oltre che UNICA. Nessuna ne ha una che le si può comparare. In qualsiasi momento accada di ascoltarla, anche in modo fugace, si percepisce che il timbro è fortemente univoco. E non solo per la caratterizzazione specifica della sua voce, ma anche per l'immenso afflato interpretativo che l'accompagna.

Di quante altre cantanti si può dire lo stesso?
Scusate, se mi rispondo da solo: NESSUNA!
Né di ieri, né di oggi. O, almeno, nessuna di cui abbiamo testimonianza diretta con registrazioni e riprese video giunte fino a noi. Della Malibran e della Pasta, tanto osannate nei sacri testi del canto, non sappiamo null'altro che non sia mediato dagli occhi e dalle orecchie di chi era suo contemporaneo.
Un po' poco, se permettete...

Immaginate un po' se un nostro futuro discendente dell'anno 3000 volesse rifarsi alla certa ed assoluta contemporaneità dell'arte di Maria Callas, e avesse come fonte la "critica" di qualche antidiluviano e anacronistico "tebaldiano" d'antan...! :-)

Le "sgradevolezze" che taluni le addebitano fanno parte integrante della sua arte interpretativa: la voce "piegata" fino allo spasimo nel tentativo - perfettamente riuscito - di dare anima e significato al testo musicale e scritto.

Posso capire che per un'intera schiera di appassionati che propendono al "bel suono" in sé, più che alla perfetta simbiosi tra musica, canto e recitazione, la Callas ancora oggi possa risultare un pugno nell'occhio insopportabile; ma il messaggio che ci è stato lasciato ha valenza imprescindibile per coloro che tentano di ottenere il migliore approccio interpretativo ad un testo musicale che comprenda un personaggio d'opera.

venerdì 24 aprile 2009

La mia prima Callas




Sono appassionato da sempre di musica sinfonica e cameristica; quest'ultima preferibilmente senza voci…

Ho cominciato ad ascoltare qualcosa di lirica alla fine degli anni '70, quando, aumentando a dismisura il numero di titoli disponibili nella mia discoteca, mi accorsi che non poteva mancare anche quel genere.

Sono sempre stato contrario ad accettare una voce “impostata”, come quelle della lirica, “in abbinata” ad un brano musicale. Il connubio mi faceva venire i brividi, come quando si strusciano le unghie sul vetro.

Eppure, da adolescente ero stato più di una volta al Teatro di San Carlo a Napoli, presenziando a rappresentazioni di opere complete, quasi tutte composte da Giuseppe Verdi.

L'impatto visivo, le scene, con il suono dell'orchestra dal vivo, mi davano emozioni fortissime che calavano inesorabilmente non appena appariva una cantante o un cantante ad impalarsi sulla scena per la sua parte.

Mi sono forzato tantissime volte e, un giorno, nel mitico negozio Cesarini di Napoli in Largo Celebrano (eh, non c’è più da tanto troppo tempo!), comprai "La Traviata" di Verdi nell'edizione diretta da Antonino Votto.
Solisti: Scotto, Raimondi e Bastianini.
Un doppio LP che ancora conservo nella mia discoteca tra le cose più care.

Ascoltai con attenzione, e sebbene annoiato ad ogni accenno canoro (more solito), mi accorsi che la Scotto mi piaceva molto più di quanto avessi avuto la ventura di conoscere in una rappresentazione al San Carlo.
Come dite? Volete sapere chi era? Boh?!?

Il doppio disco giacque però lì per un bel po' di tempo, dopo il fugace primo ascolto.

Beethoven, Bach, Mozart, Brahms, Tschaikowsky, Schumann. Chopin, Bruckner, Wagner... (orchestrale!), premevano e mi prendevano interi pomeriggi di ascolto piacevole ed ininterrotto, rendendomi una persona felice.

Intanto, e siamo nei primissimi anni '80, continuavo ad erudirmi con le critiche pubblicate sulle varie riviste, tra cui quelle della sezione musicale di Suono e Stereoplay, e fu anche lì che mi imbattei ancora nel nome di Maria Callas.

Non sapevo chi fosse, se non per la notorietà dovuta al personaggio pubblico che rappresentava. Ne sentivo parlare sempre un gran bene, ma da accanito appassionato di hi-fi non accettavo di dover ascoltare sul mio megagalattico impianto (beh, all'epoca mica tanto!), musica "vecchia" o, meglio, incisa e/o registrata male.

La Traviata diventò allora il mio "riferimento" per la lirica per cui, tornando successivamente al negozio Cesarini, comprai l'unica versione disponibile che la Callas avesse inciso in studio (con la speranza che fosse migliore - tecnicamente parlando - di quelle dal vivo). Mi riferisco alla versione Cetra del 1953, diretta da Gabriele Santini.

In tutta sincerità, non avevo neanche idea di cosa si stesse preparando, a causa di quell'ascolto...

Tornai a casa, indirizzai immediatamente la puntina sulla parte in cui il soprano nel finale del primo atto canta: "E' strano, è strano...".

L'ascolto che si presentò alle mie orecchie - fatta salva una fastidiosa intermodulazione, presente in alcuni punti della registrazione, e che in altro caso mi avrebbe imposto l'immediato cambio del disco - fu sconvolgente! Non riuscivo a capacitarmi del come e del perché la Scotto, a paragone con la Callas, desse l'impressione di cantare "sforzandosi" così tanto. Fui colpito dall'agilità, dall'estensione, dal modo di cantare del tutto diverso, dall'accento, e dall'interpretazione. La Sua dizione, più che perfetta, non imponeva la lettura del libretto, e mi fece realizzare che ero nell'Empireo, "atterrato" su un pianeta completamente diverso, lontano anni luce da tutto il resto.

Mi venne dischiuso un orizzonte totalmente sconosciuto, sollevato dalle pesantezze e dalle barbosità che così tanto mi avevano colpito in negativo in precedenza, tenendomi lontano dal genere.

La modernità di quella Voce non mi ha mai più lasciato indifferente. Dovunque mi trovi, ogni qualvolta mi accorgo che stanno suonando qualcosa di suo, devo fermarmi ed ascoltare: è come un'attrazione magnetica (con "catalessi immobilizzante" annessa) che quella Voce impone al mio subconscio.

La lirica continua a non convincermi - anzi nella quasi totalità dei casi mi annoia, soprattutto per lo squallore tecnico/interpretativo che la circonda - non conosco i libretti a memoria, non ricordo i nomi di talune composizioni, figuriamoci dei cantanti, ma l'arte interpretativa e vocale della Callas fa ormai parte del mio DNA e mi impone, come in una regola monastica, il paragone immediato, diretto e spietato (nel 99,99% dei casi).
Sarò pure “vedovo”, sarò “fanatico”, sarò “isterico”, ma tant'è, son fatto così! E me ne vanto! ;-)

Ragion per cui, quelle rare volte che sono costretto a presenziare ad una rappresentazione lirica, preferisco recarmi ad ascoltare Opere che Lei non ha mai interpretato durante la Sua carriera!

Sangue amaro zero, attenzione salva; fatta eccezione la noia, sempre in agguato, in questi casi.

sabato 11 aprile 2009

Maria Callas «Deh torna, mio ben» tema e variazioni di H. Proch, Torino, 12.3.1951

Maria Callas esegue «Deh torna, mio ben» tema e variazioni di Heinrich Proch nel concerto del 12 marzo 1951 alla RAI di Torino. La scarsa qualità audio fa rimpiangere una migliore versione di questa registrazione che contiene una delle più spettacolari, fantasmagoriche e rutilanti interpretazioni della Divina. Maria, infatti non sembra avere limiti di sorta. La sua immensa Arte canora, unita alla portentosa tecnica, le permette di affrontare con apparente estrema facilità qualsiasi repertorio.

martedì 10 marzo 2009

Maria Callas e i suoi cani


Alla continua ricerca di materiale su Maria Callas, lo scorso gennaio mi sono imbattuto in un sito italiano che dedica una parte importante alla Divina. L'ho letto tutto, trovandolo estremamente interessante.
Quando mi sono trovato davanti l'articolo "Maria Callas e i suoi cani" mi è sovvenuto un commento divertente, anche se piuttosto acido...
Pensai bene in maniera innocente di inviarlo al sito che me l'ha anche pubblicato, tenendolo in calce all'articolo per un bel po' di tempo.
Un amico, qualche giorno fa, mi ha fatto notare però che quel commento è stato cancellato.
Non ne capisco la ragione.

Lo voglio riproporre sul mio blog, qui di sicuro non lo cancellerà nessuno! :-)

Scusatemi tanto, ma il titolo che avete dato a questo interessante articolo mi ha portato alla mente, in maniera molto divertita, il panorama di “cani” (nel senso migliore del termine, caso mai ce ne fosse uno! :-) con cui Maria Callas si è dovuta confrontare negli anni della sua incredibile carriera.
Lei, stella inarrivabile ed ineguagliabile del firmamento artistico, lì a contatto con certa gente dello spettacolo arrivata alla ribalta della cronaca grazie al vortice indotto dalla meravigliosa cometa artistica e umana di Maria Callas.
A tutti loro, ma innanzitutto a Lei, va il mio deferente e devoto omaggio.

Maria Callas: "Ardon gli incensi" Lucia di Lammermoor, Donizetti, Serafin, Firenze 1953

Maria Callas esegue "Ardon gli incensi" dall'opera "Lucia di Lammermoor" di Gaetano Donizetti. Registrato a Firenze tra gennaio e febbraio del 1953. Tullio Serafin dirige l'Orchestra e il Coro del maggio Musicale Fiorentino. Mirabile e spettacolare la cadenza.

Maria Callas: "Il dolce suono mi colpì di sua voce!" Lucia, Donizetti, Serafin, Firenze '53

Maria Callas esegue "Il dolce suono mi colpì di sua voce" dall'opera "Lucia di Lammermoor" di Gaetano Donizetti. Registrato a Firenze tra gennaio e febbraio del 1953. Tullio Serafin dirige l'Orchestra e il Coro del maggio Musicale Fiorentino.

martedì 24 febbraio 2009

Maria Callas: "Ah! Perfido" Beethoven (2ª parte) Rescigno, Parigi 1963/64

Maria Callas esegue la 2ª parte di "Ah! Perfido" di Ludwig van Beethoven. Nicola Rescigno dirige la Societé des Concerts du Conservatoire. Registrazione effettuata a Parigi tra il dicembre 1963 e il gennaio 1964.

Maria Callas: "Ah! Perfido" Beethoven (1ª parte) Rescigno, Parigi 1963/64

Maria Callas esegue la 1ª parte di "Ah! Perfido" di Ludwig van Beethoven. Nicola Rescigno dirige la Societé des Concerts du Conservatoire. Registrazione effettuata a Parigi tra il dicembre 1963 e il gennaio 1964.

giovedì 19 febbraio 2009

Maria Callas: "Qual fiamma avea nel guardo!...Hui! Stridono lassù" Pagliacci, Leoncavallo, Serafin

Maria Callas esegue "Qual fiamma avea nel guardo"... Hui! Stridono lassù" da "Pagliacci" di Ruggero Leoncavallo. Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano diretti da Tullio Serafin. Registrazione effettuata a Milano tra il 25 maggio e il 17 giugno del 1954.

mercoledì 11 febbraio 2009

Maria Callas: "Ben io t'invenni... Anch'io dischiuso un giorno" Nabucco Verdi - Roma 1952

Maria Callas esegue ""Ben io t'invenni... Anch'io dischiuso un giorno" dal "Nabucco" di Giuseppe Verdi. Orchestra della RAI di Roma diretta da Oliviero de Fabritiis. Registrazione effettuata negli Studi della RAI di Roma il 18 novembre del 1952.